
Bbblog va in vacanza. Ringraziamo tutti quelli che ci hanno seguito fin’ora e diamo appuntamento a Settembre per le nuove mirabolanti avventure in terra di Brunello.
Vino al Vino primo blog italiano sul vino secondo BlogBabel (?).
Così definisce la Sua azione con questo strumento il giornalista Franco Ziliani (nella foto al benvenutobrunello 2007).
“Non si arringano le folle, non si fa demagogia spicciola, non si mandano affa… le persone, non ci si spaccia da politici, rimanendo sostanzialmente dei comici (e talvolta dei guitti), come fa il personaggio che si trova indisturbato al primo posto di questa blog-classifica…”
Ebbene io lo leggo quotidianamente in quanto estremamente valido per le informazioni contenute, e oltre agli articoli amo moltissimo leggere anche tutti i commenti (”beato te che hai tutto questo tempo!” - saranno in molti ad esclamare).
In effetti si tratta solo di allenamento. Quel che mi lascia perplesso è l’autoconsiderazione che Ziliani ha di lui stesso e del suo blog: a me pare invece che egli arringhi le folle, a volte e per alcuni argomenti specifici egli fa demagogia spicciola, nei suoi commenti il vaffa a tizio caio e sempronio è una regola quasi fissa, se il qualunquismo è politica allora egli fa politica, e non ha veramente alcuna “vis comica”, tanto che arriva a giudicare e censurare quello che a lui sembra satira o no. Infine offende a destra e manca e spara cazzate macroscopiche sui processi degli altri.
Insomma, il primo posto in classifica di Vino al Vino è più che legittimo, data la preparazione professionale dell’autore, ma i suoi tentativi di spacciarsi per moderato e soave sono una vera bufala.
Buone Vacanze Franco, e i complimenti che non ti ho mai negato
Guelfo Magrini

Il Consorzio del Brunello di Montalcino perde il primato costituito dall’esser stato fino ad oggi l’unico Consorzio Vitivinicolo Italiano a rappresentare la totalità dei produttori del territorio di riferimento. E’ solo una delle ricadute negative che la questione del “Brunellogate” ha provocato sull’istituzione, a seguito dell’esautorante reprimenda del ministro Zaia sulla materia dei controlli. Fa pensare il fatto che siano state tre aziende biologico-biodinamiche a fuoriuscire, quelle di Francesco Leanza (Salicutti), quella di Jan e Caroline Hendrik (Pian dell’Orino) e quella di Stella Viola di Campalto (San Giuseppe). La vicenda parte da lontano, ed è stata portata alle estreme conseguenze proprio a causa delle disavventure capitate a Montalcino a seguito delle inchieste in corso: la punta di un iceberg, secondo i produttori dimissionari, di una situazione che ha radici lontane e che riguarda sostanzialmente la politica del Consorzio nei confronti delle sfide in atto.
Le tre aziende in questione non rappresentano cifre che possano determinare stravolgimenti economici all’interno della denominazione e si sa bene che il potere contrattuale dei viticoltori, ma direi degli agricoltori, biologici non è stato mai rilevante nelle dinamiche spartitorie delle associazioni di categoria o delle istituzioni, che da sempre hanno preferito far calare dall’alto le norme, gli aiuti o le strategie da applicare al settore. Un comportamento che non paga socialmente, attuato ignorando l’enorme importanza dell’aspetto umano, della freschezza e novità espresse da questa giovane categoria di produttori, dell’insostituibile patrimonio di idee e proposte che essi possono portare in funzione di un miglioramento sia del sistema sia dell’ambiente. Ma i bio sono troppo piccoli per pensare di poter essere ascoltati e dunque rispettati.
Si può intuire che alla base delle gravi dimissioni dei tre produttori biologici dalle dinamiche consortili del Brunello ci sia la constatazione che si sia mancato di rispetto per chi in questo lavoro ci crede, direi quasi più degli altri suoi “colleghi”; per chi in questi anni ha valorizzato la denominazione attraverso la qualità riconosciuta dei suoi elaborati; per chi non si è tirato indietro, come tanti fanno, nel proporre soluzioni di rapporto intra-consortile più attente al valore rappresentato dai singoli produttori che alle quote decisionali. Insomma un pezzetto della parte che si presenta come la meno “influenzata” della produzione enologica ilcinese, tanto che questa scelta non è stata (almeno fino a questo momento) condivisa dalle altre 7 rappresentanze aziendali della viticoltura bio di Montalcino. Francesco Leanza rifiuta l’etichetta “biologico” alle sue dimissioni: “trovo riduttivo esaltarne il collegamento con la caratteristica che ci accomuna - ci dice il produttore - ben altre e più pesanti sono le motivazioni del nostro gesto maturato dopo mesi di impegno concreto e propositivo all’interno del Consorzio”.
La portata di questo malumore reciproco, tra queste aziende e il Consorzio, si era resa evidente in occasione del Vinitaly, dove i tre produttori dimissionari, nel loro sub-stand all’interno dell’architettura espositiva consortile, avevano esposto un cartello che alludeva alla maggiore qualità dei loro vini, interpretato dagli altri produttori quale un’offesa grave all’omogeneità della qualità generale da rappresentare in quella sede. Insomma un “marcare le differenze” giudicato eccessivo, perfino da altre aziende bio di Montalcino partecipanti alla manifestazione. Un gesto esasperato, sicuramente dalle motivazioni dovute alla cappa di tristezza che avvolgeva quei giorni, che comunque rappresenta il coraggio di un atto di forte richiamo verso chi, secondo essi, non fa un buon lavoro per tutelare la qualità del marchio collettivo. Allontanamento inevitabile dunque, che però è foriero di una certa inquietudine nella prospettiva di un miglioramento del sistema locale. Sotto l’aspetto dei controlli, oggi in Italia niente è più controllato di un’azienda bio; certo, si può sempre migliorare, ma si può migliorare tutto se si vuole. Se, come da universale voce, i controlli debbono essere finalmente messi a regime, una decina di aziende più controllate rispetto ad altre costituiscono una garanzia orientata a migliorare la qualità generale del territorio, requisito indispensabile per una produzione tipica di alto valore aggiunto. Se peggioriamo il territorio il valore diventa disvalore e questo lo sanno bene qui a Montalcino.
Inoltre la viticoltura bio di Montalcino offre agli altri produttori e visitatori e realizza in proprio i presupposti di una miglior valenza ambientale e salutistica, oltre che territoriale, cosa che arricchisce ulteriormente l’offerta complessiva. E non dimentichiamoci, last B.N.least, il valore umano, rappresentato da persone che dimostrano di avere a cuore non soltanto la soddisfazione edonistica del consumatore ma anche la sua salute. Da questi soggetti non si può altro che imparare, ma il proverbio cinese dice: non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire. Approfondiremo il discorso nei prossimi articoli, se i gentili produttori bio di Montalcino, dimissionari o no, vorranno riferirci le loro impressioni sincere. Francesco Leanza mi diceva, a conclusione di una cordiale telefonata, che non è più tempo di polemiche e meno che mai di guerra civile; “la sola cosa che può e potrà contare rimangono le testimonianze”. E allora testimoniate belli! Vi pagheremo la scorta quando dovete viaggiare sui vostri trattori.

Carlo Vittori al Molino di Sant’Antimo
Brani dall’intervista a Carlo Vittori a cura di Roger Sesto.
In attesa della festa privata che Carlo Vittori, noto produttore di Brunello di Montalcino, sta organizzando per amici e giornalisti per il fine settimana, andiamo a pescare qualche valutazione su Montalcino e sul Brunello uscita dalla bocca del noto produttore durante l’intervista che ha concesso a Roger Sesto, collega da decenni impegnato nel mondo del “vino che conta”, addirittura annoverato tra i degustatori della prima edizione di “Provadibotte”, assaggi di Vino atto a divenir Brunello di Montalcino, effettuata su un campione di 65 aziende ilcinesi da un pool di giornalisti e tecnici organizzato da NettaridiBacco.it., nel 2000.
Un grazie anticipato per la sensibilità che Carlo Vittori dimostra nei riguardi della stampa libera come la nostra, affermando cose nelle quali ci siamo proprio riconosciuti:
“Andrebbe sviluppato un nuovo organo di stampa, locale ma “extra-istituzionale”. E già vi sono esempi di “penne” che scrivono del territorio conoscendolo a fondo. Talvolta - pensa te - prendendo pure rimbrotti dalle stesse istituzioni, che invece ne dovrebbero andar fiere.”
E invece fino all’altroieri altro che rimbrotti! Gli sputavano quasi addosso, aggiungo io! Ma torniamo alle cose serie attraverso una domanda topica che Sesto ha rivolto al produttore:
“Come intenderesti, in concreto, coniugare un diverso assetto organizzativo-imprenditoriale con il recupero del concetto di “valore del territorio” ?
“Recuperare il valore del territorio - rispondeva Carlo - significa riappropriarsi di un patrimonio culturale di inestimabile valore, fatto di comprensione, identificazione e rispetto. Ed è da una diversa visione imprenditoriale che bisogna partire. Fondata non più sul paradigma: “territorio nel vino”, bensì: “vino nel territorio”. Ma per cambiare specularmente un paradigma è necessario cambiare le teste di chi lo formula, ovvero le nostre.”
“Qui si è tutti “felicemente” isolati - prosegue Vittori -, prigionieri delle proprie realtà. Ciascuno considera la sua azienda come una piccola cittadella, una rocca inattaccabile e sicura. Nessuno si sforza di condividere nulla con il proprio vicino, di trovare punti in comune e aspetti condivisibili che sarebbero in realtà molti di più di quel che si immagini. Vedo scarsissimo spirito di aggregazione e una penosa mancanza di comunicazione. E tutto ciò porta inevitabilmente ad un globale deterioramento culturale, sociale, ma anche produttivo e dunque ad una minor competitività.”
“Dunque vuoi significare che sarebbe necessario mutare l’assetto organizzativo e ricalibrare un diverso rapporto con il territorio, recuperandone il valore? - chiedeva il giornalista,
“Penso per esempio ad una struttura consortile moderna ed efficiente, composta da uno staff tecnico, un ufficio legale permanente, un ufficio stampa, anch’esso fisso. Tutti organi scelti con spirito di condivisione, nell’ambito di un’ampia rosa di professionisti sottoposti a pubblico giudizio, e che, pur provenienti da fuori, vivano però sul territorio, evitando il tanto in voga outsourcing.
Mi piacerebbe fosse posto in essere un Piano Programmatico e Strategico, triennale o quinquennale, sufficientemente dettagliato e che trovi corrispondenza nei fondi da noi versati alla nostra Associazione di Tutela, con relazione finale sull’impatto avuto e sugli obiettivi raggiunti rispetto a quelli prefissati, con puntuale analisi degli scostamenti.
Trovo che si dovrebbero strutturare momenti di aggregazione e di discussione che non si limitino alle assemblee del Consorzio Produttori, soprattutto nel modo con cui sono condotte oggi.Penso ad una rivitalizzazione culturale e professionale del nostro territorio che passi, per esempio, dall’istituzione in loco, e sottolineo: “in loco”, di master in lingue straniere, agronomia, enologia, marketing e quant’altro sia più utile ai giovani di quest’area. In questo modo si creerebbero dei poli di attrazione che indurrebbero una sorta di “rimpatrio” di cervelli, dopo anni di fughe… Vincendo apatia, qualunquismo, mentalità miopi, e persino degrado mentale!”
La battuta finale dell’intervista chiama in causa direttamente i concittadini di Carlo, noti per il loro cipiglio polemico e battagliero:
“definire queste strategie ed obiettivi da me proposti come un qualcosa di semplicemente idealistico vuol dire svuotarli di significato, non aver colto la loro reale portata, renderli per definizione irrealizzabili. È probabile che chi ha paura o non ha interesse al cambiamento, tacci in modo strumentale questa mia visione di essere fanciullescamente idealista, ma chi possiede un briciolo di onestà intellettuale vi vedrà invece il germe di una possibile rinascita culturale, prima che tecnico-commerciale, di Montalcino in generale e del suo Brunello in particolare.”
Grazie a Carlo Vittori e Roger Sesto ![]()
Ovvero le verità violate…
(avvertenza importante: le incursioni del TapiroBriaco sono quasi sempre sovversive. Si consiglia di abbandonare la lettura se troppo orripilati per ragioni politico-mafiose dalle ebbre esternazioni dionisiache del turpe soggetto definito da Daniele Capezzone (la più grande nullità ideologica della politica italiana) “manettaro, demagogico e giustizialista”).
Il vino è politica, lo è sempre stato fin dai tempi di Columella. Nel nostro paese la politica sta vivendo un momento di estrema tragicità, dominata com’è dagli interessi di una categoria che tenta di imporli in ogni modo sulle altre anche attraverso la propaganda di rigurgiti populisti e demagogici. E’ la categoria, unica rappresentata al parlamento (salvo poche eccezioni), dei gruppi anonimi, delle “Società per Azioni”, lecite o illecite, ma che applicano più o meno gli stessi metodi ed hanno tutte lo stesso modello di riferimento: l’accumulo di “valore” finanziario, che siano fabbricatrici di plastica assassina dei nostri mari, e dunque minacciose delle nostre sudate vacanze, che siano organizzatrici di appalti a Gomorra, che siano televisive, che siano cerealicole, vitivinicole o oleicole.
E’ la categoria delle querele e degli avvocati in parlamento, fatti eleggere per garantirsi metodi di governo basati sulla teoria manzoniana dell’”azzeccagarbuglismo”. E’ la categoria del “lobbing” trasversale realizzato attraverso la coptazione di dirigenti e presidenti di istituzione, “amici” e interessati al proprio tornaconto prima che a quello pubblico. E’ la categoria della preminenza della “finanza” sull’ “economia”. E’la categoria dell’azzeramento dei valori di convivenza civile faticosamente conquistati dalla nostra diversamente dotata democrazia in favore di un mercato che ormai non c’è dubbio appare quale esempio biblico di “Vitello d’Oro” (e le radici cristiane vi si inchinano).
Mi chiedo come un cittadino italiano credente, onesto e laborioso possa sopportare tutto questo e addirittura agire con il suo voto per perpetrare lo scandalo. Mi chiedo come mai non valgano più nulla i milioni di assenze al voto, o di schede bianche o nulle che dimostrano quanta gente ci sia che non sopporta più quest’andazzo: dati spariti, occultati, insabbiati, strumentalizzati, ignorati. Il partito del rifiuto fra poco otterrà la maggioranza relativa ma non esisteranno le persone che lo animano. Mi spiego meglio con 5 esempi:
1) Prostituzione televisiva legalizzata nei fatti: è un tema attuale dopo le intercettazioni che dimostrano quello che tutti già sapevamo. Le belle ragazze italiane che fanno qualche apparizione sui network televisivi pagano con prestazioni sessuali i vari dirigenti o presidenti che possono favorire il loro emergere televisivo. Lo sanno tutti, da molto tempo, che la procedura, nella stragrande maggioranza dei casi, è questa. Ma non si può dire. Non si possono trattare da pervertiti o addirittura da magnacci i personaggi che praticano questa regola. Nemmeno se le intercettazioni lo dimostrano. Essi, ti querelano, ti fanno passare al torto. Resta il dato che tutti gli italiani sono a conoscenza del vero, dello scandalo grosso o piccolo che c’è dietro e nessuno si scandalizza che questi siano tra le file di coloro che li governano.
2) Pubblicità occulta: un punteggio in una guida o in un concorso è influenzato dai rapporti pubblicitari o clientelari intercorrenti tra l’azienda premiata e la casa editrice o organizzatrice? Lo dicono tutti, ma non si può affermare pubblicamente. Chi lo fa, in modo burlesco o serio, viene trattato da delinquente. Lui, non gli imbroglioni! I soldi per pagarsi fior di avvocati ce l’hanno loro, già in budget, e così sfiancano il donchisciotte che li ha voluti smascherare.
3) Cocaina in parlamento: le Iene hanno fatto emergere il grande traffico di coca che c’è nei palazzi del potere: bloccate dal garante della privacy le loro inchieste. Tutti ora sappiamo però che molti parlamentari si drogano. Ma se lo dici ti querelano. E intanto la mafia della droga prospera e nessuno sembra indignarsi più di tanto.
4) Alcol e velocità: come dimostrato dalle statistiche, non è l’alcol ma la velocità impropria quella che uccide, lo sanno tutti ma si subiscono le balle mediatiche strumentali perché il monte degli interessi della ferraglia petrolifera assassina su ruote ha ormai metastasizzato ogni cosa.
5) Vino potenziato: a Montalcino come altrove tutti sanno che nel Brunello qualche volta ci finisce per sbaglio qualche altra uva che non il Sangiovese; se ne parla sottovoce, si ascoltano testimonianze di cantinieri che hanno partecipato a queste operazioni. Però non si può dire. Alla fine ci pensa la magistratura ma si sa già come andrà a finire. Cambierà qualcosa? Forse il disciplinare.
Conclusioni:
C’è da chiedersi: ma tutto questo casino è stato montato dalla “categoria interessata” solo per poter cambiare (in peggio?) il disciplinare? All’esame dei dati in nostro possesso la cosa non si può completamente escludere.
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